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26 aprile 2015

Il Bullismo

Il termine bullismo deriva dall’inglese “Bullying” (dal verbo «to bully»: «usare prepotenza») e si riferisce a un’oppressione psicologica o fisica, ripetuta e continuata nel tempo, perpetuata da una o più nei confronti di un’altra persona percepita come più debole.

Le prime ricerche sull’argomento sono state effettuate da Dan Olweus mel 1983, professore di psicologia all’Università di Bergen, per far luce su una serie di suicidi di bambini di età diversa avvenuto alla fine degli anni ’70 , che avevano lasciato dei biglietti in cui motivavano il loro gesto estremo dalla sofferenza provocata dai continui abusi e prepotenze da parte dei compagni. I risultati rivelarono che il bullismo coinvolgeva ben il 16% degli studenti della scuola primaria e secondaria.

I dati di ricerche, fatte negli ultimi venti anni, hanno mostrano che il fenomeno ha un’incidenza sempre maggiore in Europa e che le percentuali italiane sono di molto superiori alla media europea: il 41% degli alunni di scuola primaria e il 36% di scuola media sarebbero vittime di atti di prepotenza da parte dei compagni. Il fenomeno coinvolge bambini e ragazzi dalla scuola primaria alle superiori, pur se con forme diverse. Secondo gli studi degli ultimi 15 anni e i dati Eurispes-Telefono Azzurro, la fascia media è tra i 7-9 anni, nel corso della scuola primaria e poi verso i 12-15 anni, tra medie e superiori.

Elementi caratterizzanti del bullismo sono:
1. Intenzionalità (Il bullo agisce con l’intenzione e lo scopo preciso di dominare sull’altra persona, di offenderla e di causarle danni o disagi)
2. Persistenza (Sebbene anche un singolo episodio grave possa essere considerato una forma di bullismo, solitamente le prevaricazioni sono frequenti, sistematiche e ripetute)
3. Disequilibrio (Tra il soggetto bullo e la vittima intercorre una relazione asimmetrica, all’interno della quale il bullo mantiene stabilmente una posizione up, la vittima rimane down, impotente, senza avere la forza di reagire per porre fine alla situazione di disagio)
Tra bullo e vittima c’è un evidente differenza di potere che può dipendere da:
• forza fisica
• differenza d’età
• genere sessuale

Non si può parlare davvero di bullismo invece se
– I ragazzi coinvolti non insistono oltre un certo limite per imporre la propria volontà
– Dopo un atto aggressivo, il responsabile fa delle scuse e ricerca di una soluzione, riuscendo a negoziare un accordo
– La persona riesce a spiegare le ragioni per cui è in disaccordo o arrabbiato con l’altro e riesce a porre fine alla conflittualità

Si possono distinguere diverse forme di bullismo
1. Bullismo diretto fisico: picchiare, colpire con pugni e calci, spingere, dare pizzicotti, graffiare, mordere, tirare i capelli, appropriarsi degli effetti personali di qualcuno o danneggiarli.
2. Bullismo diretto verbale: deridere, insultare, prendere in giro ripetutamente qualcuno, usare nomignoli fastidiosi, minacciare, offendere, fare affermazioni razziste.
3. Bullismo indiretto: uso ripetuto di smorfie e gesti volgari, diffondere pettegolezzi, false dicerie e calunnie sul conto della vittima, cyberbulling.
4. Bullismo indiretto relazionale: escludere uno o più coetanei dai gruppi di aggregazione, danneggiamento dei rapporti di amicizia.

Gli studi pionieristici di Olweus (1993) sul bullismo hanno consentito di tracciare un profilo psicologico abbastanza chiaro del bullo e della vittima.
Il cosiddetto “Bullo Dominante” è sicuro di sé, con elevate abilità sociali, capace di istigare gli altri, si vanta della propria superiorità, vera o presunta, si arrabbia facilmente e presenta una bassa tolleranza alla frustrazione. Considera la violenza uno strumento positivo per raggiungere i propri obiettivi. Ha buone doti psicologiche utilizzate per ingannare e manipolare la situazione a proprio vantaggio, con forte bisogno di dominare gli altri. Manifesta grosse difficoltà nel rispettare le regole, è impulsivo, poco empatico e aggressivo anche verso gli adulti. Manifesta spesso un atteggiamento negativo verso la scuola.
Il “Bullo Gregario” è invece colui che aiuta e sostiene il bullo dominante, non prende quindi l’iniziativa di dare il via alle prepotenze. Appare più ansioso e insicuro, meno popolare e che cerca la propria identità e l’affermazione nel gruppo attraverso il ruolo di aiutante o sostenitore del bullo. Ha un rendimento scolastico spesso basso.

Ma cosa spinge il bullo a d essere prepotente con la vittima? E’ stato osservato che la prepotenza gli permette di avere dei vantaggi importanti:
– Emergere nel gruppo e di godere di maggior prestigio tra i coetanei
– Attirare l’attenzione e di essere «visto»
– Avere potere e controllo degli altri
– Avere sensazioni che lo eccitano
– Mettere alla prova le proprie abilità
– Ottenere ammirazione e approvazione dal gruppo
Il bullismo ha infatti una valenza sociale importante. Gli studi condotti da Craig e Pepler (1997) hanno rilevato che, l’85% degli episodi di bullismo, avviene in presenza di coetanei. Il bullo non agisce infatti isolato, ma può contare sulla cooperazione diretta dei compagni, o quanto meno sul loro “sostegno” indiretto, spesso espresso attraverso un tacito consenso o la più totale indifferenza che, tanto quanto la partecipazione attiva, hanno l’effetto di mantenere nel tempo i comportamenti bullistici.
Dimenticando il ruolo del gruppo davanti al quale il prepotente mette in scena la rappresentazione di sé che lo fa sentire più forte, non si considera che il bullismo non è una problematica psicologica, ma sociale. Togliendo il gruppo siamo infatti di fronte ad un’aggressione/violenza personale, non al bullismo.
D. Olweus afferma che l’osservazione da parte del bullo di un modello che viene «ricompensato» dai compagni per il comportamento prepotente manifestato, porta ad una diminuzione delle inibizioni rispetto all’ aggressività. Di contro, se l’azione di colui che funge da modello viene punita, ciò può rafforzare tali inibizioni. Chi sostiene il bullo può arrivare a una distorsione cognitiva che deumanizza la vittima e che la mostra come una persona incapace, che “merita” di essere molestata. Si attivano spesso dei meccanismi di disimpegno morale che permettono di non cogliere la gravità della violenza e a giustificare il bullo. Si parla di victim blaming: tendenza a colpevolizzare la vittima di un’ingiustizia, accusandola di essere responsabile dell’accaduto. Alla base c’è
– la paura di diventare vittime della stessa ingiustizia;
– la percezione dell’azione del violento come legittima o normale;
– la percezione del bullo come in una posizione di superiorità;
– la ricerca di un capro espiatorio che giustifichi le tensioni del gruppo;
– la ricerca dell’approvazione del leader, il bullo per avere una identità.

La vittima più appetibile è quella passiva o sottomessa, con scarsa autostima e opinione negativa di sé. Ansiosa e insicura, spesso cauta, sensibile e calma, che, se attaccata, reagisce chiudendosi in se stessa. Talora invece si parla di “ciclo di attivazione/riattivazione del bullismo” che nasce come risposta inadeguata da parte della vittima, percepita come stimolante da parte del bullo. Quando un bullo attacca, probabilmente desidera far perdere alla vittima l’equilibrio emotivo. Spera che la vittima si faccia prendere dalla rabbia o dal terrore. Se si attacca o si dimostra sofferenza o paura scoppiando in lacrime, il bullo ottiene ciò che vuole. Di conseguenza potrebbe cercare di suscitare la stessa reazione più volte. Se la vittima si autocolpevolizza, può arrivare a ritenere sbagliato il suo atteggiamento e a non riconoscere o a minimizzare la violenza subita. Frequente è la sensazione di impotenza e di vergogna che porta a non parlare con nessuno delle ingiustizie subite, legittimando così indirettamente l’azione dei prepotenti. Ma se la vittima non reagisce alla prepotenza del bullo il ciclo continuerà a riattivarsi.

Alcune ricerche hanno dimostrato che bulli presentano una scarsa capacità di immedesimarsi nell’altro e un elevato stato di congelamento del vissuto emotivo che permette loro di rimanere indifferenti, senza provare colpa o vergogna, quando compiono azioni negative nei confronti delle vittime. Sembra che essi abbiano la tendenza, nel caso si trovino in situazioni complesse (ad es. interazione con più soggetti), a isolare solo gli atteggiamenti negativi compiendo un vero e proprio errore di percezione amplificando gli aspetti non positivi; l’eventuale comportamento aggressivo, quindi, va valutato come strumento di difesa. I bulli darebbero inoltre un significato negativo, ostile a situazioni che invece sono neutre se non addirittura positive. Quando un bullo ha percepito un situazione come non favorevole, le ricerche hanno rilevato che tende ad affrontare la realtà con precisi obiettivi di vendetta escludendo, quindi, la scelta di un’azione di tipo prosociale.
Al bullismo oggi viene comunque data una spiegazione multi-fattoriale:
• Fattori biologici
• Fattori familiari
• Fattori individuali
• Fattori di gruppo
• Fattori contestuali

Anche l’intervento quindi per essere efficace dovrebbe seguire un approccio sistemico che coinvolga non solo il bullo, che deve imparare a relazionarsi con gli altri senza ricorrere all’abuso di potere, ma anche, la famiglia, la scuola, tutti i contesti socio-educativi e istituzioni in cui è inserito il bambino. È infatti da non sottovalutare l’importanza di promuovere una cultura della diversità, di creare ambienti in cui il singolo ha spazio per imparare a confrontarsi e condividere l’altro con rispetto, e di favorire punti di ascolto provinciali in cui accogliere problematiche e creare opportunità di supporto.
A scuola si può: creare un gruppo di lavoro sul bullismo, ideare procedure chiare per la “denuncia” delle prepotenze subite o a cui si è assistito, ideare procedure informali e formali per la risoluzione dei “casi”, creare modalità di sostegno per le vittime delle prepotenze, attuare strategie per la formazione e la prevenzione, favorire l’alfabetizzazione emotiva, aumentare l’uso di tecniche di apprendimento cooperative, usare strategie curricolari per aumentare la consapevolezza e la responsabilizzazione degli alunni.
Ma anche in famiglia si può prfevenire/sconfiggere il bullismo favorendo uno stile educativo non autoritario e basato sulla prevaricazione/forza/potere , dando regole chiare e coerenti che diano un senso di sicurezza e stabilità, promuovendo l’assertività, la comunicazione e la negoziazione con metodi che non prevedono la violenza, insegnando al proprio figlio come esprimere la propria rabbia in modo costruttivo e come dialogare in modo aperto e sincero e aiutando a identificarsi empaticamente con gli altri e a capire le conseguenze dei propri comportamenti.

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