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26 aprile 2015

Conoscere la Pedofilia

DEFINIZIONE

L’etimologia del termine «pedofilia» è di derivazione greca: da παῖς παιδός «fanciullo» e ϕιλέω «provare affetto, amare». Letteralmente quindi significa paradossalmente: «amore per i bambini». Sul Dizionario della Lingua Italiana Treccani la pedofilia viene definita oggi come «una perversione sessuale, caratterizzata da attrazione erotica verso i bambini indipendentemente dal loro sesso». Da un punto di vista clinico la pedofilia è una patologia legata alla sfera della sessualità e si configura come perversione sessuale (PARAFILIA). Secondo il DSM-IV (1994) i principali criteri da utilizzare per individuare la pedofilia sono:

A- Durante un periodo di almeno sei mesi presenza di fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano attività sessuale con uno o più bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli)
B- Disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre importanti aree di funzionamento a causa di fantasie, impulsi sessuali o dei comportamenti correlati
C- Età del soggetto di almeno 16 anni con almeno 5 anni in più del bambino o dei bambini di cui al criterio A.
Può essere di Tipo Esclusivo (attrazione solo nei confronti di bambini/e) oppure di Tipo Non Esclusivo (attrazione anche per persone adulte).

INCIDENZA DEL FENOMENO

Dagli ultimi dati statistici (Rapporto Censis) in Italia si registrano 21.000 casi di pedofilia ogni anno ed ogni anno sono 41.000 i nuovi casi di abuso e violenza. Numeri che, per la loro entità, acquisiscono oggi una grande valenza sociale. Da una ricerca dell’Istituto di Medicina Preventiva dell’Università di Milano è emerso che il 15,4 % degli studenti che frequentano il V anno delle scuole superiori, confessa di aver subito almeno una volta un abuso sessuale durante l’infanzia. Il 3% è stato costretto a guardare materiale pornografico, l’11,3% è stato toccato nelle parti intime, il 2,6% è stato costretto a toccare adulti, l’1,4% ha dovuto masturbare un adulto l’1,6% ha subito una penetrazione da parte di un adulto.

ALCUNI CENNI STORICI

L’immaginario collettivo da tempo viene incoraggiato dai media a credere che ci sia oggi un incremento di abusi all’infanzia portando a concludere che viviamo in un mondo attraversato da mostri che intaccano l’innocenza dell’infanzia più che in epoche passate. In realtà la pedofilia, lo sfruttamento, il maltrattamento fisico e l’abuso sessuale nei confronti dei minori sono sempre esistiti. La cultura sessuale nella Grecia tra il VI e il IV Sec AC vide la massima diffusione di una forma idealizzata di pederastia, vera e propria norma sociale che consisteva in una relazione tra maschi adulti e adolescenti che si inseriva in un contesto di una esperienza tra maestro e discepolo con valenza educativa, pedagogica e spirituale.
Nell’antica Roma c’era una condanna ufficiale della pedofilia, ma veniva tollerata la pederastia (dal greco antico παις, “ragazzo”, e ἐραστή, “amante”, che sta ad indicare una «pratica erotica costituita dal rapporto sessuale di un adulto con un adolescente, al di fuori dell’ambito familiare»). La pederastia rappresentava un modello di vita austero che i romani volevano e dovevano esaltare. Il fanciullo, oggetto di abuso, era uno schiavo e il giovane libero che ne abusava imparava che non si può subire i desideri altrui, ma che si deve sempre prevalere con forza sull’altro.
Nel medioevo, con la tradizione giudaico-cristiana, pedofilia e pederastia venivano condannate, considerati rapporti contra natura. L’uso però emergente dell’apprendistato nelle botteghe di artigiani ha portato molti bambini di 8-10 anni a lasciare le proprie famiglie di origine per andare a lavorare con i maestri, che li iniziavano non solo al lavoro, ma anche al sesso. Il bambino era considerato come una merce da utilizzare per soddisfare qualsiasi tipo di voglia. Il mondo medievale non era in grado di tutelare la dignità del fanciullo perché non esisteva una concezione del bambino come persona, quindi come soggetto di diritti.
Tra il ‘700 e l’ ‘800 ci fu una nuova attenzione verso l’infanzia. Si cominciò a dare importanza alla crescita psicofisica armoniosa del fanciullo. Si diffuse una nuova letteratura pedagogica su quali comportamenti inadeguati da parte degli adulti possono lasciare tracce negative nella psiche ancora in formazione.
La Dichiarazione di Ginevra sui Diritti Del Fanciullo del 1924 e la Dichiarazione Universale dei Diritti Del Fanciullo del 1959 rappresentavano una svolta per la protezione e tutela di bambini e adolescenti. Nel 1989 con la Convenzione Internazionale sui Diritti Del Fanciullo bambini e adolescenti vennero considerati a pieno titolo come soggetti da tutelare nel loro divenire. Si diffuse una nuova «cultura dell’infanzia» volta a riscoprire il minore inteso come «Persona» e ponendo opportunamente l’accento sul fatto che anche il bambino deve essere considerato come un «cittadino» in relazione al quale i diritti devono essere non solo riconosciuti ma anche garantiti.

PRINCIPALI TEORIE PSICOLOGICHE SULLE ORIGINI DELLA PEDOFILIA

Molte sono le teorie psicologiche sulle origine della pedofilia. Tra le più famose:

  •  TEORIA DELLE PULSIONI (FREUD)
    La teoria delle pulsioni di Freud (1905), illustra l’origine e il significato delle perversioni sessuali. Freud riteneva che esse sono fissazioni o regressioni verso forme di sessualità infantile persistenti ancora nella vita adulta. La teoria classica psicanalitica sottolinea che è come se il pedofilo vedesse sé stesso bambino nel bambino. Alla base ci sarebbe l’angoscia di castrazione, in soggetti considerati impotenti e deboli che, utilizzando i bambini come oggetti sessuali, superano la difficoltà dell’approccio con figure adulte, generatrici di ansie non superabili. Partendo dalla fragile e scarsa autostima del pedofilo, inconsciamente l’attività sessuale con bambini, spesso idealizzati, può produrre maggiori sicurezze.
  • NUOVA PSICOLOGIA DEL SÉ (KOHUT)
    Nello studio delle perversioni Kohut (1971) si discosta nettamente dalla teoria classica freudiana e ipotizza che la pulsione agita risulta essere la conseguenza della disintegrazione dell’unità interna e viene quindi utilizzata nella ricerca di recuperare la fusione (riparazione del Sé) con la messa in atto delle fantasie del pedofilo.
  • TEORIA DELLA DEGENERAZIONE
    La teoria della degenerazione ha dominato la psicologia e la psichiatria fino ai primi decenni del secolo, attribuivano al perverso una tara costituzionale di tipo degenerativo (Krafft-Ebing, 1935; Wyrsch, 1961). Le Perversioni Sessuali erano considerate delle sindromi psicopatologiche caratterizzate da alterazioni qualitative dell’istinto sessuale.
  • TEORIA GENETICA
    Uno studio condotto dal dipartimento di neuroscienze dell’Università di Torino ha sostenuto che alla base della pedofilia ci potrebbe essere una mutazione genetica. La teoria, pubblicata in un articolo dell’autorevole rivista ‘Biological Psychiatry, afferma che esiste una alterazione della sostanza progranulina, nell’origine di comportamenti deviati. La mutazione di tale sostanza comporterebbe un ridotto controllo degli impulsi. Il caso esaminato a Torino e affrontato con farmaci antipsicotici e antidepressivi, ha dato esito positivo. L’uomo, 50enne, provava attrazione per la figlia di 9 anni. L’approccio neurologico, unito a quello psicologico, ha consentito l’inibizione dei comportamenti pedofili.
  • TEORIA NEUROLOGICA
    Una ricerca condotta dal Centre for Addiction and Mental Health, in Canada, pubblicata nel Journal of Psychiatry Research, ha confrontato i cervelli di pedofili e di non criminali sessuali, evidenziando che nel cervello dei pedofili c’è una quantità inferiore di “materia bianca”, responsabile di connessioni fra varie parti del cervello. Secondo i ricercatori sono comunque necessari ulteriori studi per comprendere il modo in cui il cervello governa l’interesse sessuale. Si ricordi che le componenti biologiche predisponenti all’origine della parafilia rimangono necessarie ma non sufficienti per lo sviluppo dei comportamenti patologici. La predisposizione genetica alla pedofilia si deve infatti incontrare con peculiari caratteristiche psicologiche, familiari e ambientali.

PROFILO DI UN PEDOFILO

Ma chi si nasconde dietro la figura del pedofilo? Al di là di ogni aspettativa e stereotipo le ultime ricerche delineano un profilo del pedofilo sconcertante: è generalmente di sesso maschile, di età inferiore a 35 anni, appartiene a ceti sociali medio-alti, ha un’intelligenza normale, ha un buon livello di istruzione , non ha alcuna minorazione fisica o psichica, è un professionista (magistrato, medico, avvocato, docente, uomo politico …), spesso non è coniugato, ma se lo è conduce una vita matrimoniale insoddisfacente, è una persona stimata e ben inserita nella comunità in cui vive ed è spesso una persona vicina al contesto familiare del minore.

Nel 1886, lo psichiatra Richard Freiherr von Krafft-Ebing coniò il termine «paedophilia erotica» nella sua celebre trattazione dei disturbi psichici della sfera sessuale «Psychopathia Sexualis». Egli distinse i pedofili propriamente detti («hard-core pedophiles»), che manifestano la predilezione deviante fin dall’adolescenza, e i pedofili che sviluppano l’attrazione patologica più tardi. In questo secondo gruppo sono inclusi i “molestatori occasionali”: persone incapaci, verosimilmente per disabilità mentale, di avere relazioni con persone che ritengono alla pari; o che, dopo aver sperimentato frustrazioni ed umiliazioni in un normale rapporto adulto-adulto, si sono rivolti a minori più manipolabili o plagiabili.
Alcuni autori analizzando alcuni tratti della personalità di alcuni pedofili, sono riusciti a trarre elementi significativi specifici:
– Immunità Affettiva: caratterizzata da scarsa efficienza dei freni inibitori di fronte all’imminenza e all’urgenza degli impulsi sessuali.

– Identificazione Deficitaria: caratterizzata da un mancato riconoscimento delle proprie componenti sessuali.
– Relazioni Interpersonali Inadeguate: caratterizzate dalla mancanza di un modello chiaro di comportamento, per cui i rapporti non si sviluppano su basi adattive e mature.

Numerosi studi, fra i quali quello condotto nel 2001 dai ricercatori della Royal Free Hospital School of Medicine di Londra, hanno dimostrato che molti dei soggetti che avevano abusato sessualmente di un minore sulla spinta di impulsi pedofiliaci erano stati a loro volta vittime di abusi. L’esperienza di abuso avrebbe determinato, secondo gli studiosi, l’apprendimento di una sessualità deviata. Il complesso di queste esperienze infantili frustranti ha creato nella vittima un sentimento di “sconfitta” associato ad un bisogno di compensarlo con un senso di «rivalsa» e di «trionfo» a cui si giungerebbe mediante l’identificazione con l’aggressore, secondo il principio “vittima crea vittima”.

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